La solitudine

“La solitudine è per me una fonte di guarigione che rende la mia vita degna di essere vissuta. Il parlare è spesso un tormento per me e ho bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarmi dalla futilità delle parole.”

Carl Gustav Jung

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Smetti

” Smetti di occuparti delle cose di cui non ti vuoi occupare.

Smetti di parlarne, smetti di leggere in merito e smetti di ripetere quanto siano brutte.

Concentrati solo su ciò che vuoi attrarre a te. Ricorda, dove va la tua attenzione, li scorre la tua energia.

– J.Canfield –

L’elefante incatenato

Vogliamo condividere con voi questo breve racconto di George Bucay (psicologo, drammaturgo e scrittore):

“Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune. Ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe. Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire. Era davvero un bel mistero. Che cosa lo teneva legato, allora? Perché non scappava? Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi. Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell’elefante. Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perché era ammaestrato. Allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perché lo incatenano?”. Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente.

Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda.

Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta:

l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto.

Sono sicuro che, in quel momento, l’elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi.

Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui.

Lo vedevo addormentarsi sfinito e il giorno dopo provarci di nuovo e così il giorno dopo e quello dopo ancora…

Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale accettò l’impotenza rassegnandosi al proprio destino.

L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché, poveretto, crede di non poterlo fare.

Reca impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata subito dopo la nascita.

E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo.

E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più…”

E noi a quanti “paletti” siamo incatenati?

Paura, giudizio, possesso…

Quante emozioni cristallizzate ci incatenano, ci limitano e ci sabotano?

Vieni,condividi,sappi. Tocca le mie ferite .

Vieni a me, sii presente, godi le mie sensazioni, i sentimenti le emozioni.

Condividi con me questo momento.

Sappi guardare la mia forza e accogliere le mie vulnerabilità e debolezze. Riconosci i miei doni e la mia bellezza.

Il modo in cui sorrido quando sono piena di gioia, come divento rossa quando mi vergogno, come sto ancora male quando non riesco a gestire i miei problemi.

Tocca le mie ferite con amore, alcune si stanno rimarginando, altre sono ancora aperte. Capisci i miei drammi, i miei traumi passati, quello che ancora mi provoca dolore.

Ascolta tutto con atteggiamento amorevole e attento, è tutto ciò che mi serve, nell’amore.

Beato colui che …

“Benedetto colui che ha imparato ad ammirare, ma non invidiare,

a seguire ma non imitare,

a lodare ma non lusingare,

a condurre ma non manipolare.”

William Arthur Ward